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Salve, Padre.

  • Immagine del redattore: irenesanzovo
    irenesanzovo
  • 14 ago 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

Attorno a me è il silenzio completo: ad accerchiarmi è il buio più totale, eppure so che i miei occhi sono aperti. Riconosco un prato dove sono adagiata, ma non è soffice come quelli su cui mi stendevo sulla Terra. È come coricarsi su centinaia di piccoli aghi, e in qualche strano modo la sensazione è piacevole. Non mi sento più quella di prima: è come se la mia anima fosse stata svuotata e lavata, come si fa con i cappotti a fine stagione, e ora fosse linda, profumata e pronta all’uso. I miei occhi si abituano al buio, e riescono a delineare sempre più forme, finché arrivano a riconoscere l’unica vista che avevo aspettato per tutta la vita: casa mia. Un enorme castello sorge dinanzi a me, slanciato all’infinito nel buio della notte, talmente in alto da non riuscire a scorgerne la fine. Le sue vetrate gotiche sono illuminate dall’interno da una scura luce rossa, come se ognuna fossa dipinta a mano con del sangue. Mi concedo un momento per adorarlo, come un tempio divino. Ho sentito questo posto dentro di me per tutta la mia vita, e ora che sono morta posso finalmente viverlo. Quanto è bella casa mia!


La mia morte è stata lenta e dolce, come l’avevo pianificata. Ho passato gli ultimi minuti della mia vita terrena a sognare la vita eterna, bevendo vino nei miei abiti migliori. Ho aspettato di morire per tutta la vita. Per qualche strana ragione gli uomini hanno paura della morte, quando è in realtà il regalo più tenero che si possa ricevere. Morire significa terminare la propria vita, e iniziare la reale esistenza. Sono sempre stata a conoscenza delle mie origini, anche se nessuno me ne ha mai parlato, e probabilmente nessuno lo sa, oltre a me. È stata semplicemente un’informazione presente nella mia mente, una sorta di conoscenza innata. Non l’ho detto mai a nessuno, non ce n’era bisogno. Probabilmente tutti penseranno che io sia morta suicida perché il mondo è un posto brutto e gli uomini sono cattivi e una povera ragazza di sedici anni non può riuscire a reggerne la pressione, e sarò un simbolo di quanto ancora l’umanità debba migliorare. In realtà quel posto non è mai stato per me. Non ho vissuto la mia situazione come un peso: semplicemente l’ho vissuta, finché mi sono annoiata. Il mondo degli uomini è monotono, triste e banale. Le uniche cosa che realmente mi interessavano erano quelle collegate a mio padre: volevo capire come mai tutti lo odiassero così tanto. Con me è sempre stato buono. Ogni tanto gli parlavo, di notte, quando non riuscivo a dormire o non ne avevo voglia. Mi parlava di casa nostra e di quanto mi sarebbe piaciuta, e ora che ci sono davanti, posso dire che non si sbagliava.


L’entrata è mille volte più maestosa di ciò che ci si aspetta: tende rosso sangue ricadono sulle pareti, ogni stanza è illuminata da candele e un enorme lampadario di cristallo pende al centro della stanza. Tutto è immobile, io, l’unica anima presente. Un grande banchetto è stato preparato per me, e tutto mi ricorda la mia morte nel modo più angelico possibile. Una bottiglia di vino rosso come quello che ho bevuto prima di morire e qualsiasi tipo di frutta immaginabile; di questa un melograno, il cui succo, rosso e profondo, scorre e cola dal piatto, è accoltellato con lo stesso pugnale con cui ho accoltellato il mio cuore. Mi sento così bene. Mi sento a casa. Un portone si apre, mentre ancora sono in adorazione, e lui entra. Non è la prima volta che lo vedo: lo vedevo sempre quando sognavo – lo stesso mantello, vastissimo e solenne, gli stessi occhi completamente neri e ipnotici e le stesse corna grandiose. Ora però, per la prima volta, è reale. Sono completa. Sono di nuovo una figlia e sono di nuovo completa.

“Salve, Padre.” La mia voce non è più la stessa, me ne rendo conto come mi rendo conto di non aver pronunciato una sola parola fino a questo momento. Sto parlando con mio Padre. Lui china leggermente il capo verso di me, con fare elegante, che fatto da lui fa venire il mal di stomaco.

“Salve, Sabrina. Ti stavo aspettando.”


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